Mai stati [così] uniti

C'è un aspetto a cui tutti, prima o poi, siamo stati portati a pensare: la maggior parte della nostra vita sociale viene vissuta al lavoro. Più di un terzo del nostro tempo lo passiamo “convivendo”.
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C’è un aspetto a cui tutti, prima o poi, siamo stati portati a pensare: la maggior parte della nostra vita sociale viene vissuta al lavoro.

Più di un terzo del nostro tempo lo passiamo “convivendo” con persone con le quali stabiliamo interazioni e rapporti diversi. Ogni giorno, riversiamo tutto ciò che fa parte della nostra sfera emotiva nell’intreccio delle relazioni lavorative: amicizie, conflitti, odio, amore, antipatia e simpatia.

Individui che probabilmente non avremmo mai conosciuto – e che quasi sempre non abbiamo scelto di conoscere – diventano inevitabilmente parte integrante della nostra vita, e noi della loro. Non con tutti è possibile costruire un rapporto stabile e duraturo, alcuni però riescono in qualche modo ad entrare di diritto a far parte della nostra vita; di sicuro ognuno riesce a condizionare l’esistenza dell’altro, spesso in modi del tutto inattesi.

Da molto tempo se ne sono accorte anche le aziende, che hanno capito che il lavoro non è solo retribuzione e benefici economici ma un ecosistema delicatissimo di rapporti interpersonali, inevitabili proprio per la naturale tendenza dell’essere umano a interagire.

La qualità delle relazioni tra gli individui che compongono un team di lavoro non può essere abbandonata ai naturali sviluppi (e scontri) che inevitabilmente nascono dal “confronto di teste”.

Certi dialoghi nascono per noia e solitudine, a volte anche solo per il bisogno di aiutare il prossimo e poter fare qualcosa per essere d’aiuto agli altri.
Qualsiasi ne sia l’origine, i rapporti devono essere osservati, curati e protetti; le buone relazioni sono infatti il risultato di un buon clima di lavoro e il fatto che tutto sembri andare bene e non ci siano conflitti evidenti deve essere un segnale verificato regolarmente dall’interno, con l’attenzione e il rispetto necessari.

C’è una tesi fondamentale che deve dare spunto ad ogni riflessione:

Un gruppo non può esistere nella convinzione che tutti gli appartenenti siano d’accordo sempre e comunque, che ogni soggetto condivida costantemente status e valori, responsabilità e doveri.

Una visione di questo tipo non può che essere fallimentare dal principio; eppure, coincide spesso con la convinzione ideologica di alcuni capitani d’impresa, abituati al pigro autocompiacimento di ricevere conferme da gruppi che vivono nella più artefatta delle coesioni.

L’interazione tra le persone è produttiva quando chi fa parte del gruppo decide di dare il suo contributo in modo sostanziale, di valutare le cose dette dagli altri con attenzione ed esprimere un eventuale disaccordo, distinguendo il contenuto che può essere discusso e criticato dalla persona che lo ha espresso, cosa quasi mai semplice.

Il linguaggio è Il percorso attraverso il quale si esprimono gli scambi di impressioni che determinano il desiderio di stare insieme o evitarsi, gli equilibri e i contrasti. Le risorse umane riescono ad essere “estremamente umane” quando si trovano a manifestare sentimenti e idee tramite i comportamenti verbali e non verbali.

Il nemico che si nasconde in questi scambi di opinioni è il malinteso. Una parola, un gesto o un’espressione incoerente, una frase accompagnata da una mimica fraintendibile possono spostare la percezione e compromettere irrimediabilmente la qualità delle relazioni, soprattutto quando le persone (e il management delle aziende) non hanno lavorato per predisporre una solida base culturale sulla quale possano sostenersi caratteri e comportamenti, quando manca insomma la volontà di misurare il valore delle relazioni nel lungo periodo.

Chi decide delle relazioni che si generano in un contesto lavorativo sono spesso i ruoli professionali. Le tensioni che scaturiscono dalle interdipendenze di funzioni sono una costante.

Una delle cose più importanti da non dimenticare, però, è che ogni ruolo esiste solo in relazione agli altri ed è delimitato da confini e vincoli, esterni e interni all’azienda.
L’individualizzazione, a volte voluta dalle stesse aziende, è un meccanismo che alimenta solo la competizione; è la partecipazione a obiettivi e progetti comuni lo strumento più potente per migliorare la qualità delle relazioni.

Per un’azienda, favorire, attuare e riconoscere l’integrazione tra le proprie risorse vuol dire realizzare e sostenere il collegamento tra le persone e tra le persone e l’azienda, i suoi obiettivi e le sue strategie. Per un’azienda, questo esercizio si traduce in una ricerca costante di qualità, per mantenere una solida competitività e un ruolo attivo nel mercato.

La qualità si realizza se il management sa impiegare le ricchezze intellettuali di tutte le persone e le coinvolge come parti attive del miglioramento continuo, rivalutandone il ruolo in azienda.

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